Draghi ed il lavoro

Pubblichiamo un interessante articolo di Gianni Del Vecchio sul lavoro ed i lavoratori in merito al discorso tenuto ieri al Senato da Draghi, consultabile a questo link.

Il nuovo governo guidato da Mario Draghi proteggerà i lavoratori e non i posti di lavoro. Si può riassumere così, in uno slogan, la nuova politica economica per imprese e dipendenti che si appresta a varare il premier, almeno stando al suo discorso programmatico. Cosa significa concretamente? I dettagli ancora non sono stati rivelati, ovviamente, ma l’indirizzo di massima è chiaro: il tempo dei sussidi a fondo perduto è finito, non si possono dare soldi a tutti ma bisogna individuare quelle attività che riusciranno a sopravvivere e quelle invece destinate a scomparire, e in quest’ultimo caso aiutare i lavoratori a riqualificarsi e trovare un altro impiego invece che stare attaccati a produzioni ormai fuori mercato, in vita solo grazie alla bombola d’ossigeno dei soldi pubblici. Una visione quella di Draghi che si può definire schumpeteriana, tesa ad assecondare la “distruzione creativa” propria del sistema capitalistico resa famosa dall’economista austriaco Joseph Schumpeter, ma tuttavia mitigandone gli effetti nefasti sociali, leggi disoccupazione e aumento delle diseguaglianze.

Il cuore di questa visione sta nella parte più importante del suo discorso, non a caso intitolata “Oltre la pandemia”. Draghi parte da un semplice assunto: la pandemia è piombata nelle nostre vite all’improvviso e ha fatto da detonatore di alcuni cambiamenti che già erano in atto da un punto di vista economico e sociale guidati dalla rivoluzione tecnologica e dai cambiamenti climatici. Quindi dalla pandemia non si può uscire e tornare alla vita precedente come non fosse successo nulla, quasi come fosse una interruzione di corrente. Sarebbe illusorio pensarla così: uscire dal Covid non sarà come riaccendere la luce. Il virus infatti ha condannato inevitabilmente alla morte determinati settori economici, almeno come li conoscevamo prima. Lo si può paragonare a un big bang da cui si salveranno solo quelle imprese che darwinianamente riusciranno a cambiare e ad adattarsi. E i lavoratori? Che fine faranno? Su questo Draghi è stato chiaro: “l governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Alcune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi”. Quindi i sussidi, che finora sono stati indirizzati a tutti, andranno erogati a chi davvero ha voglia di mettersi in gioco e riqualificarsi. Regola che varrà per le aziende ma anche per i dipendenti. Infatti Draghi ha fatto capire che prima o poi il blocco dei licenziamenti cadrà e allora ci sarà il rischio che possano saltare anche i contratti a tempo indeterminato oltre a quelli più precari. Motivo per il quale “saranno centrali le politiche attive del lavoro”, sostiene il premier.

Sarà quindi riformato il Reddito di Cittadinanza, soprattutto per quanto riguarda quella parte che ha funzionato poco o nulla e cioè quella della ricollocazione di disoccupati. “Sarà necessario – assicura Draghi – migliorare gli strumenti esistenti, come l’assegno di riallocazione, rafforzando le politiche di formazione dei lavoratori occupati e disoccupati. Vanno anche rafforzate le dotazioni di personale e digitali dei centri per l’impiego in accordo con le regioni. Questo progetto è già parte del Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza ma andrà anticipato da subito”. In altri termini, vanno subito protetti i lavoratori – soprattutto quelli che più stanno pagando il costo della crisi e cioè giovani, donne e autonomi – ma senza impuntarsi sulla tenuta dei posti di lavoro, soprattutto quelli legati a imprese che non hanno futuro.

Per Draghi infatti va mitigato l’impatto distruttivo della pandemia in termini di occupazione rafforzando al contempo la parte creatrice della rivoluzione post-Covid. E in questo lo Stato ha un ruolo fondamentale: aiutare e indirizzare quelle aziende innovative che possono creare lavori intercettando i nuovi bisogni del mercato. “Il cambiamento climatico, come la pandemia, penalizza alcuni settori produttivi senza che vi sia un’espansione in altri settori che possa compensare – sottolinea Draghi – . Dobbiamo quindi essere noi ad assicurare questa espansione e lo dobbiamo fare subito. La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione, di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create”.

Insomma, quella di Draghi è una visione rivolta quasi esclusivamente al futuro, addirittura al 2050, e poco o nulla al passato. Un approccio finalmente aggressivo nei confronti della crisi economica e non solo difensivo, come fatto finora. Non a caso i protagonisti principali del suo discorso sono i giovani. Giovani ai quali, ricorda il premier, “vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta”. 

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