Per ricordare Gigi

Pubblichiamo dal sito dell’Istituto Studi Sindacali Italo Viglianesi.

LUIGI COVATTA

Abbiamo chiesto a Raffaele Tedesco, redattore capo di Mondoperaio e nostro collaboratore, un ricordo di Luigi Covatta, che volentieri pubblichiamo.

Mescevico

Raffaele Tedesco 

Avevo sentito al telefono Luigi Covatta pochi giorni fa. L’avevo chiamato perché, come era mio solito, preferivo che fosse lui a raccontarmi la vita di personaggi la cui biografia avrei di certo trovato in bella mostra e in grande dettaglio in rete, ma sicuramente leggerla non sarebbe stata la stessa cosa che sentirsela raccontare.  

E poi, a me, piace fare domande, perché tra esse e il loro dirimpettaio (le risposte) c’è anche la bellezza della costruzione del rapporto ed il senso della Dialettica. 

Stavo leggendo un libro del socialista Antonio Landolfi, intitolato “Il socialismo italiano. Strutture, comportamenti, valori” edito nel 1968. Il testo era bellissimo, perché attraverso l’analisi della struttura, della vita interna e dello sviluppo organizzativo del partito, ne tracciava la parabola politica dalla fine del secondo conflitto mondiale, e lo faceva con una delle migliori caratteristiche del socialismo italiano: la laicità, che si traduceva spesso in critica serrata verso i trascorsi frontisti e di stampo burocratico leninista.  

Allora, volli conoscere Landolfi dalle parole di Luigi, così come avevo fatto per altri personaggi che hanno avuto una grossa importanza nella mia formazione e nella vita del nostro Paese come Gino Giugni, Norberto Bobbio, Luciano Pellicani, Bettino Craxi, Riccardo Lombardi, Luciano Cafagna, Pierre Carniti e tanti altri.  
 
Luigi era sempre contento di lasciarmi un racconto e sapeva che a me non piaceva solo la storia del movimento operaio, ma anche le storie di piccoli e apparentemente banali episodi, come quello in cui mi riferì di aver mangiato i primi pasticcini della sua vita quando era bambino a casa di Lelio Basso. 

Forse, sono il meno titolato a parlare di un uomo come Covatta, che vanta una biografia importante sia in campo politico, che intellettuale. Di certo molti compagni di strada e attenti studiosi delle vicende politiche italiane lo sapranno fare meglio di me. Non saprei bene neanche da quale lato cominciare.  

O forse, sarebbe meglio dire da quale spigolo, visto che Gigi era anche una persona spigolosa, oltre che ironica e generosa. Uno zolfanello passionale nato a Ischia invece che nella Milano dove la famiglia risiedeva, perché al momento di venire al mondo, la città lombarda era sotto le bombe alleate.  

E pur se poi a Milano, che intanto diventava uno degli angoli di quel triangolo industriale simbolo del miracolo economico, ci tornò per trascorrerci i primi venti anni della sua vita, meridionale si sentì sempre e profondamente, legato come era alla sua bella isola, in cui si ritirava sempre con immenso piacere. 

Del suo periodo milanese mi diceva spesso che alla facoltà di Lettere che frequentava, i non marxisti erano in tutto tre. Due di questi erano lui e Claudio Martelli. Infatti, Luigi viene politicamente dal mondo del cattolicesimo di sinistra.  

Negli anni Sessanta, divenne il responsabile nazionale dell’Intesa, l’organizzazione degli universitari cattolici. Vicino alle Acli, seguì Livio Labor quando questi decise di rompere il collateralismo con la Democrazia Cristiana, formando il Movimento Politico dei Lavoratori (Mpl), con il quale, con scarsi risultati, si presentò alle elezioni politiche del 1972. 

A fronte di questo fallimento, Labor insieme a Covatta e a molti altri, confluì nel Partito socialista italiano. Anzi, come amava dire Luigi “prima di essere socialista, io sono stato lombardiano”. Perché è Lombardi il tramite di questa operazione. 

Ed il Psi è probabilmente l’approdo naturale per un altro gruppo di “irregolari”, cattolici questa volta, (dopo la migrazione azionista del 1947 e comunista dopo i Fatti di Ungheria del 1956), fuori dallo schema delle grandi chiese della politica italiana, e che cercavano una casa dove non essere imbalsamati come anime pie a ostentazione di pluralismo, ma piuttosto un luogo dove poter contaminare e farsi contaminare. Luigi, infatti, insieme ai suoi compagni aclisti, non divenne l’ennesimo indipendente di sinistra.  

Ma fu semplicemente socialista. Autonomista, certo, ma soprattutto riformista. Un riformismo che ebbe nella Conferenza di Rimini del 1982, quella dei “Meriti e bisogni”, e di cui Covatta fu importante animatore, uno dei tentativi (se non l’unico serio) di ridisegnarne i contorni in maniera concreta e praticabile. Perché uno dei tratti che contraddistinguevano il direttore era proprio quel senso di pragmatismo, che delle volte sembrava sfiorare il distacco, ma che nella realtà rifuggiva da ogni ideologismo di sorta.  

Perché le cose, pur se piano, e in maniera apparentemente (o forse anche realmente) contraddittoria, dovevano pur muoversi. In quanto, in un mondo che corre veloce era obbligatorio stare al passo, garantendo al sistema politico e istituzionale quella solidità che in Italia scarseggia da troppi decenni.  

Avendo il coraggio di riconoscere prima di tutto le ragioni e i diritti a quelli che sono rimasti fuori dal perimetro delle tutele, anche a costo di discutere l’indiscutibile. E questo è rinvenibile in quella che, con ogni probabilità, è la creatura che Luigi ha amato di più: Mondoperio.  

Un’impresa, quella di una rivista di tal fatta di certo non semplice, soprattutto in tempi di scarsa attenzione ai temi culturali, e di sostanziale assenza dei beneficiari naturali e collettori essenziali di ogni elaborazione politica: i partiti. 

Mentre preparavamo il numero celebrativo dei settant’anni della rivista, il direttore si chiedeva come siano potuti stare “insieme”, per esempio, persone come Norberto Bobbio e Raniero Panzieri: insieme nella stessa rivista, insieme nella stessa storia, o comunque pezzi della stessa vicenda.  

Quella appunto di una rivista che ha percorso tre quarti di secolo ed è arrivata fino a noi. 

Ovviamente, il direttore la risposta la sapeva bene, perché è in essa che possono essere ricercati i motivi sia di tanta longevità, quanto della indubbia importanza del ruolo di Mondoperaio nella vicenda politica del nostro paese. Ed essa può essere ricercata, come scrisse Simona Colarizi, nella “natura profondamente libertaria dei socialisti italiani”, grazie alla quale “i valori del socialismo e persino l’ideologia marxista non erano mai vissuti come credo religioso”. 

Il direttore, infatti, non ha mai chiesto ne atti di fede, né di conformità alla sua linea per scrivere su Mondoperaio, perché di quel libertarismo, che faceva il paio con la totale assenza di moralismo, era un portatore sano.  

Uniche regole auree: che il saggio fosse scritto in buon italiano e che abbia un senso politico, storico, economico, sociologico, giuridico o letterario che sia.  

Un giorno, mi raccontò in maniera energica e risentita, che un compagno, che notoriamente aveva idee politiche diverse dalle sue su molte questioni, lo aveva chiamato come per chiedergli preventivamente se gli avesse pubblicato un pezzo che voleva scrivere, e che evidentemente sapeva non essere “nelle corde” del direttore. Luigi, a muso duro gli chiese: ”Ma ti risulta che io abbia mai censurato qualcuno?”.  

No, non lo aveva mai fatto. E quando delle volte il suo redattore capo discuteva animatamente e criticamente rispetto ad alcuni saggi pubblicati, lui rispondeva: “Bene. 

Non sei d’accordo? Prendi carta e penna e scrivilo”. L’ultima cosa che mi chiese, fu di ritrovargli un saggio di Bobbio, pubblicato sulla rivista nel 1985. 

L’articolo riguardava il concetto di riformismo, che già allora presentava non poche smagliature.  

O,forse sarebbe meglio dire, delle diluizioni concettuali, che facevano dire al filosofo torinese: “Tutti riformisti, nessun riformista”. Voleva ripubblicarlo, perché riteneva utile e necessario riportare la discussione politica su un tema che non poteva essere lasciato in un limbo in cui la miriade di significati attribuitegli, lo facesse uscire dal solco suo proprio: quello socialista, senza orpelli ideologici, ma non per questo senza idealità e che sa fare i conti prima di tutto con la realtà.  

Perché, come disse Filippo Turati nel suo Rifare l’Italia, “una cosa mi pare indubitabile: l’evoluzione civile non può muoversi che per questa via”. 

Mi fece dono, poco dopo la nostra conoscenza avvenuta del tutto casualmente e veicolata solo dal fatto che gli spedivo articoli via mail, di un suo bellissimo libro.  

Titolo, neanche a dirlo, Menscevichi. I riformisti nella storia dell’Italia repubblicana. Un testo per “drogati della politica”, come scrisse nella prefazione Luciano Cafagna. Esso si conclude con le parole di Gino Giugni sul socialismo; “di questo grande protagonista positivo del secolo XX, che, muovendo dall’utopia, ha mobilitato e organizzato masse prima assenti dalla storia e le ha condotte all’approdo di un crocevia culturale in cui la domanda di democrazia e di giustizia sociale riescono a tradursi in programmi politici che a sua volta l’esperienza politica ha realizzato”. E Luigi sapeva che il peggior torto che si possa fare al socialismo è quello di musealizzarlo nelle maglie dell’ideologia. La quale potrebbe anche farlo apparire bello, ma di sicuro lo relegherebbe nel limbo della inutilità.  

Per questo, chiunque legga il suo Mondoperaio non troverà mai un’antologia delle buone intenzioni, ma di certo sempre il tentativo di portare sulla terra una soluzione possibile ai problemi, da risolvere qui ed ora, e non in un futuro indefinito. 

Conservo un numero di Mondoperaio del 1977, in cui compare un suo articolo intitolato “Il programma socialista”, seguito da una discussione tra Antonio Giolitti e Giorgio Amendola, moderata da un altro storico direttore: Federico Coen. L’articolo si conclude con queste parole:” 

Dobbiamo portarlo (il confronto ndr) sul terreno dell’elaborazione di un progetto di società da proporre, lealmente e senza doppiezze, alle forze di rinnovamento presenti nella società italiana: per ottenerne il consenso e l’adesione consapevole; per sollecitarne la partecipazione e la mobilitazione; per realizzare, insomma, le condizioni indispensabili di una trasformazione nella democrazia, che è da sempre l’obbiettivo più ambizioso del socialismo”. Era il tentativo di parlare a tutta la sinistra italiana dell’epoca, ma evidentemente rimane un’aspirazione ancora viva e attuale e forse irrinunciabile, soprattutto nei marosi dei tempi che viviamo. 

Giulia, la nostra storica segretaria di redazione, mi racconta ancora che quando camminava per Roma con Covatta, ogni tanto qualche ex carcerato lo fermava e lo ringraziava. Il direttore aveva una sua attenzione speciale per gli ultimi, carcerati, immigrati e diseredati che siano.  

Il suo garantismo era ferreo e senza compromessi e sulla questione dei migranti si poteva discutere quanto si vuole, ma nel mentre, diceva, dal mare vanno salvati senza se e senza ma.  

Quando andai per la prima volta nel suo ufficio, mi trovai in una stanzetta piccola, angusta e piena di fumo delle sue sigarette, che fumava senza soluzioni di continuità. Al muro poche ma belle foto della sua esperienza politica.  

Sulla scrivania, insieme ai mucchi di libri, c’erano inevitabilmente anche ampi strati di cenere. Ovviamente, e dopo avermi testato con qualche rudezza, iniziò a raccontarmi qualche pezzo di storia del socialismo italiano, tra una nuvola di fumo e un sorriso sornione.  

Per questo, ma non solo per questo, lo ringrazierò sempre, perché mi ha reso più vero quello che, fino ad allora, avevo letto solo sui libri. 

Ciao Gigi e grazie ancora compagno. 

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